Nasce a
Marradi (Firenze) il 10 luglio 1817. A sedici anni si trasferisce
nel capoluogo toscano per studiare presso gli Scolopi, sotto la
guida di padre Giovanni Inghirami. Una volta divenuto insegnante di
Storia e geografia presso l'Istituto femminile della SS.
Annunziata, inizia a impegnarsi come giornalista politico. Dal 1847
collabora con "La Patria" (che appoggia il gruppo moderato
ricasoliano) e presto ne diventa segretario di redazione e poi
responsabile. Il primo dicembre 1848 fonda "Il Nazionale", cui
imprime un indirizzo filo-piemontese che appoggia il triumvirato
rivoluzionario formato da Giuseppe Montanelli, Giuseppe Mazzoni e
Francesco Domenico Guerrazzi ma che si oppone al progetto di unione
con la Repubblica Romana diretta da Giuseppe Mazzini. Collabora a
titolo gratuito anche con "L'imparziale fiorentino", giornale i cui
proventi vengono destinati «a benefizio degli indigenti». Nel 1850,
in seguito al ritorno del Granduca, il giornale viene soppresso e
lui stesso viene rimosso dall'incarico di insegnante. Con il
fratello Beniamino organizza allora una tipografia in Piazza Santa
Croce ("Barbèra, Bianchi e comp.") ma l'impresa non riscuote
successo e presto viene ceduta. Riprende a collaborare con giornali
letterari del tempo come "Il Genio" (1852-54) e la "Polimazia di
famiglia" (1853-55). Fonda anche un altro giornale, "Lo
Spettatore", che dirige fino al 1858 rendendolo uno dei migliori
fogli letterari della Toscana. Legato ai moderati filo-piemontesi,
promuove tuttavia una linea politica che salvaguardi l'autonomia
della Toscana. Nel 1859 diventa segretario del Governo provvisorio
della Toscana guidato da Bettino Ricasoli in seguito alla fuga del
granduca. La notte del 26 aprile in casa del fornaio Dolfi si
radunano i capi del gruppo liberale nazionale e dei radicali, che
stabiliscono per il giorno dopo una grande dimostrazione. Ne danno
avviso a tutte le città toscane, scelgono i nomi per la giunta
provvisoria di governo (Ubaldino Peruzzi, Ermolao Rubieri,
Ferdinando Zannetti, Vincenzo Malenchini e Bettino Ricasoli, che
rifiuta dovendo recarsi dal Cavour), e fanno stendere proprio da
Celestino il seguente manifesto: "Toscani! L'ora è suonata: la
guerra dell'Indipendenza d'Italia già si combatte. Voi siete
italiani; non potete mancare a queste battaglie; e italiani siete
anche voi, prodi soldati dell'Esercito Toscano; e vi aspetta
l'esercito italiano sui campi di Lombardia. Gli ostacoli che
impediscono l'adempimento dei vostri doveri verso la Patria devono
essere eliminati: siate con noi e questi ostacoli spariranno come
la nebbia. Fratellanza della Milizia con il popolo. Viva l'Italia,
Guerra all'Austria! Viva Vittorio Emanuele Generale in capo
dell'Armata Italiana". Deputato all'Assemblea dei Rappresentanti
della Toscana, viene in seguito eletto alla Camera per sette
legislature consecutive (dal 1860 al 1880) e ricopre la carica di
segretario generale del Ministero dell'Interno durante i due
ministeri Ricasoli del 1860-61 e 1866-67. Collaboratore de "La
Nazione" dal 1860, ne diventa direttore a partire dal 1871
trasformandolo nel quotidiano di maggior successo di Firenze (tra i
suoi collaboratori Edmondo De Amicis, Carlo Collodi e Yorick figlio
di Yorick, alias Pietro Coccoluto Ferrigni). E' l'ideatore di
rubriche di successo, come quella sulla moda femminile. Uomo della
destra, in quegli anni scopre nella donna un nuovo tipo di lettore,
tanto che nei giorni del referendum per l'annessione al Piemonte
"La Nazione" ospita un dibattito sul voto femminile. A Firenze si
rende protagonista di molte battaglie, tra cui quella per ottenere
dal Governo nazionale una "legge speciale" per aiutare il Comune a
ripianare la bancarotta creatasi per le molte spese sostenute negli
anni in cui era capitale d'Italia. Studioso di Giambattista Vico,
gli si devono anche alcune opere storiche come la "La geografia
politica dell'Italia" (1843), "La Compagnia della Misericordia di
Firenze. Cenni storici" (1855), "Federico Confalonieri e i
carbonari del 21" (1863), "Manuale di Storia Moderna (1454-1866)"
(1869) e "Storia della questione romana" (1870) nonché volumi a
carattere patriottico: "Ciro Menotti", "Venezia e i suoi difensori"
(1863) e "I martiri d'Aspromonte" (1871). Tutta la sua opera è
protesa all'unificazione dell'Italia sotto la Casa Savoia. Muore a
Firenze il 29 giugno 1885.