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Presidenza del Consiglio dei Ministri
Ministro per la pubblica amministrazione e la semplificazione

Il centocinquantenario dell'Unità d'Italia

Giorgio Ambrosoli

AMBROSOLI GiorgioNasce a Milano il 17 ottobre 1933 da una famiglia benestante di forte impronta cattolica e conservatrice. Frequentando il Liceo classico "Manzoni" di Milano, si lega a un gruppo di studenti monarchici e si iscrive all'Unione monarchica di Milano. Nel 1958 consegue la laurea in Giurisprudenza all'Università statale di Milano con una tesi in diritto costituzionale sul Consiglio superiore della magistratura, allora appena creato. Con alcuni amici fonda quindi il "Circolo della critica", associazione politico-culturale d'ispirazione liberale e aperta alla discussione. In quel periodo si dedica però soprattutto alla costruzione di una propria attività professionale, lavorando nello studio dell'avvocato civilista Cetti Serbelloni. Nel 1964 ottiene l'incarico che lo porta a specializzarsi nel diritto societario e fallimentare: deve infatti occuparsi della liquidazione della Società finanziaria italiana (al centro di un dissesto finanziario e bancario, anche con risvolti politici), dapprima come collaboratore e consulente giuridico dei tre commissari liquidatori e poi come vero fulcro dell'azione liquidatoria. Un lavoro durato dieci anni che gli permette di entrare nei reali meccanismi finanziari di una realtà assai complessa e oscura e al tempo stesso di farsi apprezzare per la sua onestà, serietà e competenza. Nel 1974 il governatore della Banca d'Italia Guido Carli lo nomina commissario unico liquidatore della Banca privata italiana, l'istituto di credito del piduista Michele Sindona. In circa cinque mesi redige la sua prima relazione alla Banca d'Italia e al Tribunale di Milano sullo stato passivo dell'istituto, evidenziando una situazione tale (perdite e depositi fiduciari da chiarire nonché veri e propri falsi contabili) da dover chiedere allo stesso Tribunale la dichiarazione di insolvenza e l'avvio dell'azione penale nei confronti del banchiere. La sua azione (coadiuvata da pochi funzionari, tra cui il maresciallo della Finanza Silvio Novembre) diventa stringente, sebbene ostacolata in mille modi. Riesce comunque a entrare in possesso del capitale sociale della società capogruppo dell'impero (Fasco) e man mano a ricostruire l'intricata rete costruita da Sindona per mascherare le sue operazioni illecite. A partire dal 1975 (con il deposito dello stato passivo della Banca) e poi ancor di più all'epoca della seconda relazione al giudice istruttore (1978), la sua posizione di commissario liquidatore si fa piuttosto difficile e sempre più isolata. Nella sua relazione viene infatti formulata in un atto giudiziario un'analisi complessiva della situazione, con la spiegazione delle ragioni del fallimento della Banca privata italiana e delle responsabilità penali di Sindona. Risalgono a quel periodo le pressioni e le minacce rivoltegli perché giustifichi la posizione del banchiere siciliano, consentendogli di evitare il procedimento penale e di salvare la banca, ponendo in pratica le sue perdite a carico dello Stato. Contemporaneamente, nel marzo 1979 gli unici suoi alleati (il governatore della Banca d'Italia Paolo Baffi e il suo direttore generale Mario Sarcinelli) vengono arrestati nell'ambito di un'inchiesta sul mancato esercizio della vigilanza sugli Istituti di credito nel caso Roberto Calvi-Banco Ambrosiano (solo nel 1981 verranno prosciolti per non aver commesso il fatto). Intransigente e dedito unicamente al compimento del suo dovere, continua a resistere a ogni pressione. Viene ucciso a Milano l'11 luglio 1979 da un killer americano inviato proprio da Michele Sindona. Il giorno dopo avrebbe dovuto sottoscrivere formalmente il verbale della rogatoria con i giudici che si occupavano del caso Sindona negli Usa.

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