Nasce a Milano
il 17 ottobre 1933 da una famiglia benestante di forte impronta
cattolica e conservatrice. Frequentando il Liceo classico "Manzoni"
di Milano, si lega a un gruppo di studenti monarchici e si iscrive
all'Unione monarchica di Milano. Nel 1958 consegue la laurea in
Giurisprudenza all'Università statale di Milano con una tesi in
diritto costituzionale sul Consiglio superiore della magistratura,
allora appena creato. Con alcuni amici fonda quindi il "Circolo
della critica", associazione politico-culturale d'ispirazione
liberale e aperta alla discussione. In quel periodo si dedica però
soprattutto alla costruzione di una propria attività professionale,
lavorando nello studio dell'avvocato civilista Cetti Serbelloni.
Nel 1964 ottiene l'incarico che lo porta a specializzarsi nel
diritto societario e fallimentare: deve infatti occuparsi della
liquidazione della Società finanziaria italiana (al centro di un
dissesto finanziario e bancario, anche con risvolti politici),
dapprima come collaboratore e consulente giuridico dei tre
commissari liquidatori e poi come vero fulcro dell'azione
liquidatoria. Un lavoro durato dieci anni che gli permette di
entrare nei reali meccanismi finanziari di una realtà assai
complessa e oscura e al tempo stesso di farsi apprezzare per la sua
onestà, serietà e competenza. Nel 1974 il governatore della Banca
d'Italia Guido Carli lo nomina commissario unico liquidatore della
Banca privata italiana, l'istituto di credito del piduista Michele
Sindona. In circa cinque mesi redige la sua prima relazione alla
Banca d'Italia e al Tribunale di Milano sullo stato passivo
dell'istituto, evidenziando una situazione tale (perdite e depositi
fiduciari da chiarire nonché veri e propri falsi contabili) da
dover chiedere allo stesso Tribunale la dichiarazione di insolvenza
e l'avvio dell'azione penale nei confronti del banchiere. La sua
azione (coadiuvata da pochi funzionari, tra cui il maresciallo
della Finanza Silvio Novembre) diventa stringente, sebbene
ostacolata in mille modi. Riesce comunque a entrare in possesso del
capitale sociale della società capogruppo dell'impero (Fasco) e man
mano a ricostruire l'intricata rete costruita da Sindona per
mascherare le sue operazioni illecite. A partire dal 1975 (con il
deposito dello stato passivo della Banca) e poi ancor di più
all'epoca della seconda relazione al giudice istruttore (1978), la
sua posizione di commissario liquidatore si fa piuttosto difficile
e sempre più isolata. Nella sua relazione viene infatti formulata
in un atto giudiziario un'analisi complessiva della situazione, con
la spiegazione delle ragioni del fallimento della Banca privata
italiana e delle responsabilità penali di Sindona. Risalgono a quel
periodo le pressioni e le minacce rivoltegli perché giustifichi la
posizione del banchiere siciliano, consentendogli di evitare il
procedimento penale e di salvare la banca, ponendo in pratica le
sue perdite a carico dello Stato. Contemporaneamente, nel marzo
1979 gli unici suoi alleati (il governatore della Banca d'Italia Paolo
Baffi e il suo direttore generale Mario Sarcinelli) vengono
arrestati nell'ambito di un'inchiesta sul mancato esercizio della
vigilanza sugli Istituti di credito nel caso Roberto Calvi-Banco
Ambrosiano (solo nel 1981 verranno prosciolti per non aver commesso
il fatto). Intransigente e dedito unicamente al compimento del suo
dovere, continua a resistere a ogni pressione. Viene ucciso a
Milano l'11 luglio 1979 da un killer americano inviato proprio da
Michele Sindona. Il giorno dopo avrebbe dovuto sottoscrivere
formalmente il verbale della rogatoria con i giudici che si
occupavano del caso Sindona negli Usa.