Corriere della Sera - Lorenzo Salvia

Intervista a Fabiana Dadone - «Lo smart working non è stata vacanza. Ma ora via ai rientri»

18 giugno 2020

Ministro Fabiana Dadone, secondo Pietro Ichino in molti casi lo smart working per i dipendenti pubblici è stata una vacanza pagata. Che dice?
«Il rispetto non si insegna. La pubblica amministrazione non ha mai chiuso, ha sempre garantito i servizi essenziali ed è andata anche oltre col lavoro di medici e forze dell'ordine. Ma non solo. Sono orgogliosa dell'impegno di oltre 3 milioni di dipendenti pubblici: lo dico a chi fa finta di non vedere solo perché la critica fa più notizia».

Quante sono le persone in smart? E quante hanno avuto l'esenzione dal servizio perché impossibilitati a lavorare da fuori in un Paese, ricordiamolo, con 43 milioni di smartphone?
«Abbiamo avuto punte del 90% nelle amministrazioni centrali, oltre il 70% nelle Regioni. La percentuale di esenti dal servizio è residuale. Due esempi: al ministero dell'Economia sono stati esonerati 19 dipendenti su quasi 10mila, alla Presidenza del Consiglio zero su 2.700».

Non crede che lo smart working abbia allargato la forbice tra chi già prima lavorava tanto, e ha lavorato di più, e chi lavorava poco, e ha lavorato meno?
«E' una domanda che va posta a chi ritiene che il cartellino sia la panacea di tutto. Lo smart working aumenta la produttività, lo dimostrano diversi studi. I dati che abbiamo raccolto e l'assenza di problematiche rilevanti, nonostante l'organizzazione repentina, lo confermano».

Lo smart working è previsto fino al 31 luglio. Ci sarà una proroga a fine anno oppure no?
«Non ho mai fatto annunci sulle tempistiche e non mi piace spendere energie nella politica dei "se". Abbiamo accompagnato le Pa sia nella riorganizzazione pratica dei lavori sia nello scaglionamento dei rientri e nella stessa maniera stiamo strutturando la modalità di lavoro agile a regime. Lavorare smart significa guardare il corpus del lavoro, il progetto e gli obiettivi, e non soltanto le singole scadenze».

Lei ha chiesto di programmare rientri in ufficio. Vuoi dire che si registra una certa resistenza al ritorno?
«Le pubbliche amministrazioni negli anni non sono state accompagnate in modo adeguato dalla Funzione pubblica. Dettare tempi, dare linee guida, assumersi responsabilità, non scaricare sui più fragili gli errori: credo che il senso dello Stato parta da qui. Si può dare autonomia alle amministrazioni, ma questo non significa abbandonarle. In ogni caso, dal 10% di presenze in ufficio della fase i oggi siamo a circa il 30%».

Ma a regime quante per sone resteranno in smart, quanti giorni si starà a casa e quanti in ufficio?
«Il lavoro flessibile di tantissime amministrazioni, cosi diverse tra loro, non può essere standardizzato in maniera univoca. Noi chiediamo almeno di triplicare le percentuali pre crisi, ma enucleando anche le attività eseguibili in modalità agile. Starà alle singole Pa questa riorganizzazione, ma non va vista come un ammortizzatore sociale, quanto come una impostazione aziendale improntata alla soddisfazione del cittadino».

Lo smart working funziona solo se legato alla valutazione della performance, cioè se si lavora per obiettivi. Si dice da tempo ma in concreto come si fa?
«Lo smart working è proprio questo, è il lavoro localizzato su obiettivi. Presuppone un cambio di passo e chiede ai dipendenti, ma soprattutto ai dirigenti, grandi capacità di organizzazione. Non è più facile, non sono vacanze. Se abbiamo avuto gli stessi risultati rispetto al lavoro in ufficio, significa che il dirigente ha capito esattamente di che cosa ci fosse bisogno e il funzionario si è messo in gioco nonostante non avesse un confronto diretto con i colleghi. Lo smart working è più difficile del lavoro in ufficio, perché non tutti hanno questa flessibilità di pensiero e serve una formazione continua».

Un'ultima cosa. Adesso si dice «smartabili» per indicare le attività che possono essere fatte da fuori ufficio. Non è una parola orrenda?
«Non amo prendere posizione sul genere maschile o femminile di "ministro" e allo stesso modo non amo il dibattito sulle scelte lessicali di matrice italiana o inglese. Sono una persona pratica: chiamatela come vi pare, la sostanza non cambia. Abbiamo fatto un protocollo con l'accademia della Crusca sulla chiarezza del linguaggio amministrativo, lascio dirimere volentieri la questione a loro».