La Stampa - Emanuele Felice

La riforma più innovativa e meno celebrata

11 Agosto 2015

Ma Renzi è davvero sulla via del tramonto? Avversato con durezza da una parte della sinistra, il premier sembra aver perduto anche il favore di quell’opinione pubblica moderata che – pur da prospettive diverse e con accenti non sempre coerenti – aveva visto in lui un innovatore: troppo timido, si dice, condizionato dalle tradizionali lobby e compromesso nei giochi di potere della vecchia politica. Matteo Renzi a conti fatti è solo un altro Depretis, un modernizzatore a metà che sopravvive grazie al trasformismo ma si rivela incapace di imprimere alla sua azione – e quindi al Paese – una svolta strategica? E’ ancora presto per dirlo.

Proprio nei giorni scorsi il giovane premier è riuscito a fare approvare la riforma più ambiziosa e complessa che si sia vista in Italia negli ultimi decenni: una legge che risulta condizione imprescindibile, necessaria anche se non sufficiente affinché l’Italia possa liberarsi dalla prospettiva del declino (non si tratta solo di agganciare la ripresa, si badi bene, ma di uscire da un declino economico, sociale e culturale che precede la crisi del 2008); e che allo stesso modo è premessa anche per il riscatto del Mezzogiorno.

Mi riferisco alla riforma della pubblica amministrazione. Dal sistema informativo italiano non è stata adeguatamente valorizzata. La notizia del via libera al Senato è passata in secondo piano, messa in ombra dalla nomina dei nuovi vertici Rai (con il solito contorno di furbizie e tranelli su cui tanto suole ricamare).
In seguito il dibattito è tornato a concentrarsi per una volta sul rilancio del Mezzogiorno, senza però che fosse evidenziata la sinergia possibile fra esso e la riforma dell’apparato burocratico amministrativo (nemmeno dal premier-segretario, quale mancanza): giacché le classi dirigenti estrattive del Sud Italia originano proprio dal settore pubblico e fra le sue pieghe; ed è nel rapporto fra lo Stato e i cittadini che si va plasmando, forse più che in ogni altro ambito, il senso civico di una comunità. Al di là dei vari punti di dettaglio, sui quali si potrebbe essere d’accordo o nutrire qualche perplessità (l’accorpamento delle soprintendenze nelle prefetture, per esempio), la nuova legge si struttura attorno a tre cardini fondamentali, tutti assolutamente condivisibili e potenzialmente di grande impatto. Il primo è la fine dell’inamovibilità dei dirigenti, che vengono ora concretamente responsabilizzati (verranno valutati e potranno essere rimossi) e che per questo con ogni evidenza non rappresenteranno più ciò che non di rado sono stati negli ultimi trent’anni, una casta di alti burocrati strutturalmente ostile al cambiamento. Il secondo è la riduzione dei tempi della pubblica amministrazione, sia in generale sia più nello specifico per quel che concerne le grandi opere, attraverso l’introduzione generalizzata del silenzio-assenso e la riforma e snellimento delle conferenze dei servizi (organismi introdotti per semplificare l’iter di appalti e concessioni, i quali come spesso accade in questo Paese hanno finito per sortire l’effetto opposto). Il terzo è la trasparenza e semplificazione, che unitamente ad un’ampia opera di delegificazione dovrà passare per il diritto garantito a tutti i cittadini di accedere facilmente, attraverso il web, ai documenti della pubblica amministrazione.

E’ evidente che una riforma siffatta non è solo molto ambiziosa e complessa. E’ anche pregna di visione strategica, punta a modificare radicalmente il rapporto fra lo Stato e i cittadini, e a farlo in direzione di una società più inclusiva ed efficiente. Nessun’altra riforma di Renzi finora era apparsa, a un tempo, così coerente e innovativa.
Naturalmente non è ancora detta l’ultima parola, dato che mancano i decreti attuativi per i quali bisognerà attendere l’autunno – e storicamente le maggiori resistenze al cambiamento della pubblica amministrazione sono venute proprio nella fase di implementazione. Quanto fatto non lo si può nemmeno ritenere sufficiente, per far funzionare le cose accanto al sistema amministrativo dovranno evolvere in senso più inclusivo anche le istituzioni politiche e il sistema giudiziario. Per fare un esempio facile (e a costo zero), analoghi standard di trasparenza andrebbero imposti anche alla sfera politica, istituendo per legge nazionale a tutti i livelli l’anagrafe pubblica degli eletti e degli amministratori – una storica proposta dei radicali, che prevede la messa in rete di tutti i dati riguardanti i redditi, il patrimonio e l’attività istituzionale (presenza, svolgimento dei lavori, votazioni) di politici eletti e amministratori pubblici; se accolta consentirebbe ai cittadini di conoscere facilmente l’operato dei loro rappresentanti, nonché di verificare eventuali conflitti di interesse e anche arricchimenti illeciti.

Notevole è l’impatto che tutto ciò potrebbe avere sul Mezzogiorno, tema sul quale si registra l’altra importante novità di questo mese agostano. Per la prima volta la questione meridionale è entrata nella narrazione renziana, e a quanto pare pure nell’orizzonte strategico della sua azione di governo. Fra l’altro la relazione del premier alla direzione del PD non è stata affatto male (e migliore di tanti altri interventi più attempati sentiti per l’occasione): corretta l’interpretazione di fondo data alla questione meridionale, con la sottolineatura delle storiche responsabilità locali e ora anche nazionali, encomiabili la condanna di logica e rituali e il richiamo alle proprietà; condivisibile pure l’individuazione delle aree di intervento, dalle infrastrutture di trasporto e comunicazione alla formazione del capitale umano (le scuole e gli asili, che sono anche luoghi di inclusione sociale). Ed è appena il caso di rilevare che per questa via, e per il rilancio dell’economia meridionale che ne può derivare, si verrebbero a colmare tare storiche che sono proprie ormai dell’Italia nel suo insieme, quando messa a confronto con gli altri paesi avanzati. Ma certo sono parole e la storia dimostra che anche lo stanziamento di risorse, pure imprescindibile, da solo non basta: gli stessi progetti infrastrutturali potrebbero finire nel nulla, come accaduto tante volte in passato; gli interventi nel sociale disperdersi in una miriade di rivoli assistenziali che rafforzano il clientelismo. Onde evitarlo è necessario un cambiamento profondo nelle regole del gioco e, per questa via, nell’azione delle classi dirigenti e nella stessa mentalità dei cittadini. Proprio per questo la riforma della pubblica amministrazione è un tassello tanto importante, ed è cruciale che nei prossimi mesi sulla sua implementazione siano bene accesi i riflettori dell’opinione pubblica.