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Marianna Madia: «Il digitale cuore della riforma PA. Basta indugi»

05 Febbraio 2016

Il digitale è “lo” strumento per cambiare finalmente lo Stato, non uno dei tanti strumenti. Ecco perché è il cuore della riforma. Ce lo spiega il ministro della PA e Semplificazione, Marianna Madia.

Quanto è importante l'innovazione tecnologica nella riforma della pubblica amministrazione?
È il cuore della riforma. Fin dall’inizio noi non abbiamo inteso la sfida del digitale come un’operazione “di settore”, né come una serie di obblighi da adempiere per una nicchia di addetti ai lavori nelle singole amministrazioni. Il digitale è parte di un progetto complessivo di cambiamento per il paese. Fino ad oggi ogni azione del Governo ha avuto questo segno, dalle riforme costituzionali alla riforma della pubblica amministrazione. Si rendono più semplici i rapporti tra cittadini e Stato. In questo progetto, l’innovazione tecnologica non è “uno” degli strumenti per cambiare la Pubblica amministrazione, ma ‘’lo’’ strumento per rendere davvero lo Stato competitivo e democratico. Il nostro obiettivo si chiama Italia Login: un sistema che consente a ogni cittadino per via digitale di ricevere i servizi, di adempiere agli obblighi, di scambiare informazioni con la pubblica amministrazione. Oggi solo il 30% degli italiani usufruisce dei servizi online delle amministrazioni. Vogliamo far crescere questo numero in quantità, ma soprattutto in qualità.

Quanto è importante una PA più efficiente per far tornare l’Italia attraente per gli investitori?
L’efficienza e la trasparenza delle pubbliche amministrazioni sono tra le principali variabili che influenzano la percezione degli investitori internazionali. Una PA efficiente, con la quale ci si relazioni con semplicità e che fornisca risposte in tempi certi, è certamente un potente incentivo per l’attrazione di investimenti. Ciò che vogliamo evitare d’ora in poi è la prassi generalizzata di lasciare cittadini e imprenditori ostaggio di risposte mancate. Risposte che spesso o non arrivano o arrivano dopo tanto tempo.  Con le prime due norme della legge delega autoapplicative, e dunque già in vigore, – silenzio/assenso tra amministrazioni e autotutela ovvero l’impossibilità per un’amministrazione di cambiare idea dopo 18 mesi – si sono compiuti importanti passi avanti. Ora il lavoro per migliorare la pubblica amministrazione continua. Con il primo pacchetto di decreti attuativi portati a gennaio in Consiglio dei ministri sono stati fissati alcuni semplici principi di civiltà: certezza di tempi e di regole per avere una risposta, qualunque essa sia. Senza mai aggiungere nuovi istituti giuridici si è cercato da un lato di incidere sul rapporto tra pubblica amministrazione e cittadini e dall’altro di garantire risposte tempestive a chi intende investire. In questa direzione vanno i decreti attuativi relativi alla nuova Conferenza dei servizi, allo sblocca-procedimenti e alla Scia.

Il governo ha intenzione di stabilire uno switch off analogico dei servizi pubblici?
Con il decreto sulla cittadinanza digitale in attuazione dell’articolo 1 della riforma della pubblica amministrazione modifichiamo il Codice dell’amministrazione digitale introducendo procedimenti digital first.  Innanzi tutto si stabilisce il diritto di ogni cittadino all’identità digitale, cui si accede con pin unico, e al domicilio digitale, in collegamento con l’anagrafe della popolazione residente. Con Spid che consentirà di accedere ai servizi e con il domicilio digitale che permetterà di comunicare con le pubbliche amministrazioni le persone potranno dire addio alle tante password, alle file negli uffici pubblici, alle lunghe attese telefoniche ai call center. Saranno poi i cittadini a scegliere la modalità per loro più semplice e comoda. In tutti i settori nei quali la tecnologia è intervenuta – viaggi e turismo, banche, musica – si è giunti allo switch off progressivamente e molto rapidamente.

Il Sistema pubblico di identità digitale è ai nastri di partenza: ce la farete a rispettare la dead line del 2017, quando il pin unico sarà obbligatorio?
Spid rappresenta un’opportunità e una semplificazione. Per i cittadini è senza dubbio più semplice avere un solo “Pin” piuttosto che conservarne uno per ogni amministrazione con la quale devono dialogare. Con i primi tre enti accreditati lo scorso anno l’operazione è entrata in una fase operativa che in questi mesi proseguirà con il rilascio delle prime identità. Entro il 31 dicembre del 2017 Spid sarà obbligatoria per tutte le amministrazioni. Dunque dal primo gennaio del 2018 tutti i servizi online delle PA saranno accessibili tramite Spid. Sarà così possibile, ad esempio, ricevere una multa al proprio domicilio digitale e pagarla direttamente con un clic tramite Spid.

Come convincere i cittadini che sarà meglio utilizzare il pin unico piuttosto che recarsi al tradizionale sportello?
Il digitale, nel settore pubblico, sarà il modo concreto in cui vive un nuovo diritto di cittadinanza. Spostiamo il focus dal processo ai destinatari: cittadini e imprese. Oggi possiamo migliorare la vita delle persone e liberarne le potenzialità: sono oltre 300 i servizi disponibili per essere utilizzati con Spid. Ritengo che sarà proprio la semplicità d’uso a determinare le preferenze dei cittadini, esattamente come avviene in tutti i settori nei quali si utilizza l’e-commerce. Oggi le persone preferiscono acquistare un biglietto ferroviario o aereo su Internet, anziché recarsi presso le agenzie di viaggio e le biglietterie. Lo stesso processo avverrà progressivamente per i servizi delle pubbliche amministrazioni.

Domicilio digitale: ci ha già provato Brunetta con la Cec-Pac e non ha funzionato. Perché ora gli italiani si dovrebbero convincere ad aprire una casella postale digitale?
Non vogliamo obbligare nessuno a trasformarsi in un nativo digitale. Tuttavia sono convinta che se Spid diventerà presto quello che oggi è il codice fiscale, il domicilio digitale sarà l’indirizzo on line con cui ciascuno potrà essere raggiunto dalla pubblica amministrazione. Detto questo ci sono persone che, per età o attitudine, vorranno continuare a usufruire dei servizi in maniera tradizionale.  Non costringeremo certo l’80enne a doversi munire di smartphone e domicilio digitale. Possiamo però obbligare la PA a produrre e trasmettere solo documenti digitali a chi sceglie di avere un domicilio digitale.  Questo è di fatto uno switch off.

C’è anche un tema di competenze: come motivare i dipendenti pubblici a pensare e lavorare in digitale?
Rispetto al passato noi non intendiamo convertire processi cartacei in digitali: abbiamo visto che questo non funziona. Cambiamo approccio. L’obiettivo è quello di fare in modo che il pubblico sia apripista di un modo nuovo di rapportarsi con gli utenti. I dipendenti pubblici sono cittadini e lavoratori come gli altri. Usciti dal lavoro sono madri, padri, viaggiatori, lettori, etc. che utilizzano quotidianamente le tecnologie e ne apprezzano i vantaggi. Anche i lavoratori del privato, con gli anni Duemila, dovettero confrontarsi con la rivoluzione tecnologica. Dobbiamo accompagnare lo stesso processo per i dipendenti pubblici.

Anche l’Italia avrà finalmente il suo Freedom of Information Act. Il Foia darà il via libera all’accesso degli archivi delle pubbliche amministrazione. Perché è così importante per la riforma?
Fino ad oggi si poteva richiedere un documento solo in virtù di un interesse soggettivo. L’introduzione in Italia di una legislazione Foia consentirà a ogni cittadino di richiedere senza una motivazione dati e documenti: da come sono ripartite le spese per le mense scolastiche fino a come sono trattati i rifiuti urbani. Si tratta di un importante passo avanti che, insieme alle misure sulla trasparenza, consentirà di attuare un controllo sociale diffuso molto più efficace di qualsiasi commissario alla spending review, in quanto 60 milioni di cittadini potranno controllare come sono spese le risorse pubbliche. Per questo con il decreto su Foia e trasparenza abbiamo anche deciso di rendere permanente il sito soldipubblici.it che ci ha consentito di scalare nell’ultimo anno otto posizioni nel ranking mondiale sulla trasparenza. Contemporaneamente abbiamo deciso di aprire le banche dati delle amministrazioni che le gestiscono in modo da rendere più semplice e trasparente l’accesso dei cittadini ai dati.

Sul fronte dati pubblici c’è un dibattito aperto: c’è chi pensa che la si possa far pagare dalle imprese per aprirli. Si profila un nuovo business per il settore pubblico?
Esiste una direttiva europea che è stata recepita dal nostro Paese nel maggio 2015. Il riutilizzo dei dati in possesso della pubblica amministrazione non si paga, salvo per i costi legati alle eventuali spese di riproduzione. Esistono eccezioni che riguardano alcune amministrazioni come musei, archivi e biblioteche per le quali si individuano specifiche tariffe. E’ un approccio giusto: l’apertura dei dati porta con sé vantaggi per l’amministrazione: migliora la qualità degli stessi dati e favorisce la realizzazione di studi utili a migliorare le policy. L’apertura e la gratuità dei dati possono inoltre stimolare l’apertura di nuovi mercati innovativi, legati al loro riutilizzo.  Inoltre nel decreto attuativo sul Freedom of Information Act abbiamo stabilito l’accesso ai dati statistici per fini di ricerca.