Corriere della sera - Marianna Madia

Il diritto a sapere è di tutti, la trasparenza è cultura

02 Aprile 2016

C’è un rischio che va evitato nella discussione sul Freedom of Information Act che si è aperta sulla stampa in queste settimane: se si limita il dibattito a specifici aspetti normativi,  la trasparenza rimarrà materia di contrapposizione tra una burocrazia che fa resistenza e un populismo che si alimenta nel coglierla in fallo.

L’editoriale di ieri di Ferruccio De Bortoli offre lo spunto per affrontare il tema della trasparenza sul terreno culturale che, a mio avviso, gli è proprio.  De Bortoli ha ragione quando afferma che «la trasparenza non va vissuta come un intralcio all’attività amministrativa ed economica. Se attuata senza eccessi (e con buon senso) è garanzia di correttezza e incisività degli atti».

Proprio per questo, se non si supera la diffusa concezione antagonistica tra cittadini e istituzioni, neanche la migliore delle leggi produrrà un concreto cambiamento. Con l’introduzione del Foia, fortemente voluto dal Governo, per la prima volta si riconosce a tutti i cittadini il “diritto di sapere”; ciascuno potrà richiedere alla pubblica amministrazione dati e documenti, a prescindere da un interesse diretto: per esempio, potrà accedere agli atti di una gara d’appalto anche senza avervi partecipato.  È un’innovazione talmente rilevante nel rapporto tra cittadini e amministrazioni che necessita di un salto culturale, innanzitutto della pubblica amministrazione.

La trasparenza non deve essere un adempimento burocratico o una concessione ai cittadini, ma una grande politica pubblica che serve a combattere la zona grigia che va dall’illecito allo spreco, grazie al controllo sociale di 60 milioni di cittadini. La trasparenza può essere, soprattutto, un importante strumento per riavvicinare i cittadini alle istituzioni consentendo alle persone di conoscere, con semplicità, dati, documenti  e modalità di gestione delle risorse pubbliche.

È in questa prospettiva che devono essere esaminati i singoli aspetti normativi.

Quali sono le principali critiche rivolte al testo preliminare, approvato dal Consiglio dei ministri, ora all’esame delle commissioni parlamentari? Il silenzio-diniego (l’assenza di risposta dell’amministrazione equivale a un no), l’impossibilità per un cittadino di opporsi al rifiuto senza dover necessariamente ricorrere a un giudice e la tipologia di limiti all’accesso.

L’obbligo o meno dell’amministrazione di fornire comunque una risposta e la tipologia di rimedi all’eventuale diniego sono aspetti che possono essere perfezionati a patto di trovare il miglior punto di equilibrio possibile.  Per quanto riguarda i casi di esclusione, occorre tenere presente che tutti i Paesi con una legislazione Foia prevedono limiti al  “diritto di sapere”; avviene, per esempio, negli Usa, nel Regno Unito e in Germania con regole talvolta persino più restrittive, come nel caso della legislazione britannica che, tra le eccezioni al diritto di accesso, include «la formulazione o lo sviluppo delle politiche di governo».

Su questi aspetti, che non mettono in discussione l’impianto complessivo da noi proposto, è giusto discutere, anche ai fini dell’approvazione definitiva, alla quale il Consiglio dei ministri procederà dopo l’acquisizione dei pareri parlamentari. Per questo è utile il confronto, che abbiamo già avviato, con tutti i soggetti interessati, compresa l’Associazione Foia4Italy, purché non ci si concentri sulla meccanica della trasparenza al punto da trascurarne l’essenza.