Il Messaggero - Luca Cifoni

«Avanti con le riforme per sbloccare i contratti»

01 Maggio 2015

Accelerare le riforme dello Stato anche per valorizzare i dipendenti pubblici e - in concreto - avvicinare il ritorno ad una normale stagione di rinnovi contrattuali dopo cinque anni di blocco. È il patto proposto da Marianna Madia, nel giorno dell’approvazione in Senato della legge delega di riforma della Pubblica amministrazione. Una legge che per il ministro, dal punto di vista dei cittadini, rappresenta soprattutto un’occasione di "democrazia".

Per il governo questa è una delle riforme-simbolo. Oggi c’è il sì del Senato, ma quanto ci vorrà prima che le novità diventino concrete, tangibili? 
Qualunque provvedimento che riguarda la pubblica amministrazione non solo ha la necessità di essere attuato attraverso i decreti, se si tratta di una delega, ma deve poi essere implementato. Noi stiamo seguendo contemporaneamente il passaggio in Parlamento in vista dell’approvazione, la stesura dei decreti legislativi e anche la preparazione di piani operativi, che procederanno insieme a quelli che devono implementare la riforma delle Province. Ora ci sarà un’altra lettura approfondita alla Camera, e poi la terza al Senato che immagino veloce, mi auguro prima dell’estate. A quel punto saremo in grado di portare subito i decreti legislativi al Consiglio dei ministri.

E la riforma come potrà cambiare la vita dei cittadini?
Secondo me il vero punto su cui ci giochiamo tutto è quello della cittadinanza digitale. Si tratta di vincere la sfida della tecnologia. Dobbiamo dare servizi con regole certe. In un certo senso è una questione di democrazia, un modo di affermare i diritti dei cittadini. L’amministrazione digitale scavalca - direi a sinistra - qualsiasi progetto di semplificazione o sburocratizzazione. 

Cosa significa in concreto? Finora la digitalizzazione della Pa è stata ritardata anche dalle gelosie tra le varie amministrazioni.
Faremo in modo che 3 milioni di cittadini abbiamo lo Spid, l’identità digitale unica, entro quest’anno; e per il 2017 arriveremo a 10 milioni. Ma poi il punto è attaccare a questo strumento i servizi, quelli utili davvero. Le amministrazioni centrali dovranno obbligatoriamente entrare nel sistema per cui - per fare un esempio concreto - il 730 precompilato che oggi si fa con le credenziali dell’Agenzia delle Entrate o dell’Inps il prossimo anno si farà con lo Spid. 

Però finora più che di questi temi si è discusso di altri capitoli della riforma, come quello che riguarda i dirigenti. Molti dei quali temono per la propria autonomia.
Sul tema della dirigenza c’erano due possibilità. O modificare la Costituzione e introdurre il sistema dello spoils system, oppure mantenere la separazione tra politica e amministrazione. Con il ruolo unico abbiamo scelto la seconda strada. I dirigenti saranno autonomi. Ma il punto importante è che autonomia non vuol dire paralisi. Non ci sarà la nomina diretta da parte della politica, però prevediamo dei meccanismi valutativi che poi influiscano sulla carriera, in salita o in discesa. Oggi un giovane che entra come dirigente di seconda fascia, anche se è il più bravo del mondo, non potrà avere responsabilità maggiori fino a che non si libera un posto di prima fascia. Poi però una volta che ci è arrivato nessuno lo potrà più spostare e magari concluderà la carriera all’interno dello stesso ministero. Si può immaginare un modello diverso in cui i dirigenti si muovano all’interno della Pa e anche al di fuori, nel privato. E dopo un’esperienza nel privato si può tornare nella pubblica amministrazione. Mi piacerebbe che per un giovane laureato brillante venire a lavorare per lo Stato torni ad essere una prospettiva desiderabile, al pari di un’azienda privata.

Nessun intento punitivo? 
Tutto il contrario. La riforma è la migliore risposta ai tanti bravissimi funzionari e dirigenti pubblici che sono stati colpiti da una rappresentazione della pubblica amministrazione come luogo decadente. Riscatteremo le vittime di questo modo di pensare, alimentato ad esempio da uno che mi ha preceduto in questo ministero, come Renato Brunetta, che ha fatto una campagna politica sui fannulloni.

Anche il vostro governo spesso non è apparso tenero con i dirigenti. 
Abbiamo sempre detto che chi lavora bene deve avere un riconoscimento rispetto a chi lavora meno bene. Ma nei miei interventi non troverà mai espressioni non rispettose nei confronti dei dipendenti pubblici.

Forse uno dei riconoscimenti che i dipendenti pubblici si aspettano è il ritorno alla contrattazione, dopo cinque anni di blocco.
Ho già avuto modo di spiegare che il blocco della contrattazione è il frutto di una stagione di profonda crisi: uscendo da questo periodo difficile possiamo tornare ad una normale dialettica. Ma ora aggiungo qualcosa di più: scommettiamo tutti sulle riforme che devono far accelerare questo Paese, ed anche la sua economia. Così arriveremo prima al momento in cui si può ricominciare a dare aumenti salariali. Lo dico anche ai sindacati: aiutateci a fare le riforme.

La delega punta a riordinare l’intera macchina pubblica. Ma poi quando si va sul pratico non è così facile. Cosa succederà ad esempio con le forze di polizia? 
Ridisegnare lo Stato è un processo complicato, che porta a toccare i vari settori provocando resistenze. È normale, è umano. Nel caso delle forze di polizia noi puntiamo a raggiungere tre obiettivi: unire tutti i servizi strumentali, dalle caserme, agli uffici acquisti ai mezzi di trasporto; poi eliminare le duplicazioni di funzioni perché non ha senso ad esempio che in mare siano presenti tante forze diverse, non ha senso che ci sia la Forestale ma anche il Nucleo operativo ecologico dei Carabinieri e così via; infine razionalizzare le varie catene di comando, passando da cinque a quattro forze. Non mi sembra poco.

Un’altra giungla in cui pare difficile avanzare è quella delle società partecipate. Sono varie le leggi che se ne occupano, dalla Stabilità fino a questa delega, ma finora non è successo molto.
Con la delega noi innanzitutto rivediamo e riordiniamo la legislazione su questi settori, compreso quello dei servizi pubblici che ha bisogno di certezze, anche dopo gli effetti del referendum. Fissiamo un quadro di regole entro il quale le varie amministrazioni a partire da quelle territoriali possono fare i loro piani di razionalizzazione e riduzione. Poi se non li fanno il governo userà i poteri sanzionatori e sostitutivi.

E le Province? La legge Delrio è in vigore da un anno ma chi ci lavora non conosce ancora il proprio destino. 
È un cambiamento complicato. Ora tocca alle Regioni accelerare: quelle che ancora non lo hanno fatto devono approvare le leggi che chiariscono quali funzioni si prendono. Come governo, noi abbiamo messo a punto le tabelle di equiparazione che garantiscono l’invarianza retributiva per i lavoratori ed erano ferme dal 2010, abbiamo reso operativa l’applicazione per comunicare i nomi dei lavoratori in mobilità e tra poco renderemo disponibile il decreto ministeriale con i criteri della mobilità. Serve la collaborazione di tutti.

Al Senato, nel testo della delega, è riapparso un tema a lei caro, quello della staffetta generazionale. Ma la norma che chiede ai lavoratori vicini alla pensione di pagarsi i contributi volontari non pare esattamente un incentivo. 
È vero e infatti sull’emendamento io mi sono rimessa all’aula, non ho dato parere positivo, perché so bene che questa norma rischia di non essere efficace. Con il decreto legge della scorsa estate invece avevamo introdotto novità di maggior impatto, come l’abolizione del trattenimento in servizio e il divieto di far lavorare i pensionati.