L'Espresso - Marianna Madia

Foia: la mia risposta a L'Espresso

01 Aprile 2016

Caro direttore,

con l'articolo dal titolo «Trasparenza sì, purché opaca» apparso sullo scorso numero, il Freedom of information Act che stiamo introducendo in Italia è presentato come un testo "beffa" per le limitazioni previste alla possibilità di accedere ai documenti posseduti dalle amministrazioni. Ma non è cosi. 

Tutte le legislazioni degli altri Paesi che disciplinano il Freedom of information Act prevedono un bilanciamento di interessi che determina alcuni limiti al “diritto di sapere”, come avviene negli Usa, nel Regno Unito e nella Germania con regole talvolta persino più restrittive; è il caso della legislazione britannica che tra le eccezioni al diritto di accesso include «la formulazione o lo sviluppo delle politiche di governo».

La discussione che si sta animando attorno alla introduzione del Freedom of Information Act in Italia è la conferma più evidente di un grande salto in avanti. Oggi infatti ci confrontiamo su come migliorare il Foia, come renderlo più efficace, ma la sua introduzione non è più in discussione. Sulla trasparenza stiamo colmando un forte ritardo, culturale e normativo, tra la legislazione italiana e quella in vigore nei paesi anglosassoni. Un ritardo che, negli ultimi anni, si  è accentuato anche rispetto ai partner continentali, come la Germania.

In base alla legislazione attuale, un cittadino può accedere ai documenti della pubblica amministrazione solo se può dimostrare di avere un interesse diretto rispetto a ciò che richiede. Il caso tipico è di chi ha partecipato a un concorso e chiede di visionare gli atti della commissione d’esame.

Con l’introduzione del Foia – la cui disciplina è contenuta nel decreto legislativo sulla trasparenza, in corso di approvazione - ogni cittadino potrà richiedere alla pubblica amministrazione dati e documenti a prescindere da un interesse specifico. Introduciamo quindi una novità straordinaria, certamente sul piano normativo, ma soprattutto sul piano culturale perché si riconosce per la prima volta ai cittadini il “diritto di sapere” che trova un limite, esclusivamente, davanti alla tutela di superiori interessi pubblici e privati. Qualora l'amministrazione neghi l'accesso ovvero ometta di rispondere entro il termine di trenta giorni, sarà possibile presentare ricorso al TAR.  

Su questo, come su altri aspetti, si tratta di individuare il miglior punto di equilibrio possibile: il confronto, anche pubblico, può certamente contribuire a migliorare il testo. Nelle scorse settimane c’è già stato un incontro con i rappresentanti di Foia4Italy da cui sono emerse utili indicazioni; come previsto dall'iter di approvazione dei decreti legislativi, l'esame del provvedimento passa ora alle commissioni parlamentari. Spetterà quindi al Parlamento dare il proprio contributo e offrire al Governo eventuali soluzioni migliorative.

Il Foia è una innovazione fondamentale, parte di una strategia complessiva in materia di trasparenza. Nell’ultimo anno l’Italia ha scalato otto posizioni nel ranking mondiale per l'apertura dei dati pubblici (Global Open Data Index); la stessa Transparency International ha riconosciuto che “le pubbliche amministrazioni stanno diventando via via più aperte e trasparenti”. Persino l’indice Desi 2016, per altri profili tutt’altro che indulgente verso l’Italia, ha registrato i progressi del nostro Paese in questa materia. Con l’iniziativa soldipubblici, migliorata e consolidata con il decreto legislativo sul FOIA, e con i siti openexpo e opencantieri, il governo sta trasformando singole buone pratiche in un sistema che utilizza gli open data per assicurare il controllo sociale sull’utilizzo delle risorse pubbliche.

Del resto la trasparenza non è un adempimento burocratico, ma una grande politica pubblica, indispensabile per combattere la zona grigia che va dallo spreco all’illecito e uno strumento di cooperazione virtuosa con i cittadini.